Scienza

I bambini vedono cose che noi non vediamo

di Francesco Lamendola

Da tempo, per non dire da sempre, gli adulti ‘sanno’ che ai bambini sono accessibili dei piani di realtà che a loro sono negati; molte fiabe e molte favole del folclore delle singole culture nascono da questa consapevolezza o, almeno, da questa intuizione.

Più recentemente, anche sulla scia del film “L’esorcista” (uscito nel ’74), che narra la storia di una possessione demoniaca di cui è vittima una ragazzina americana di nome Regan, i poteri paranormali dei bambini sono tornati al centro dell’interesse della cultura occidentale. C’è chi, sulla base di tali poteri, pensa di aver risolto una volta per tutte l’enigma del poltergeist, lo spirito folletto che mette a soqquadro case e mobilio, provoca rumori inspiegabili, volo di oggetti, ecc.; e chi invece, ricordando il caso delle due sorelline inglesi che vedevano e persino fotografavano le fate, ma che anni dopo (proprio come le sorelle Fox, iniziatrici dello spiritismo negli Stati Uniti) confessarono di aver architettato solo un gioco, sostiene che tali poteri nascono solo dalla nostra credulità.

Ad ogni buon conto, vi è tutto un filone della cultura cosiddetta New Age che si è impadronito dell’argomento, intravedendo – non a torto – la possibilità di profittare di un potenziale mercato in rapida espansione. È possibile fare il punto in modo abbastanza equilibrato sulla questione, leggendo il libro del francese Jean-Paul Bourre “I poteri misteriosi dei bambini” (Milano, Armenia Editore, 1983).

La letteratura otto-novecentesca aveva già intuito le potenzialità ‘inquietanti’ dell’argomento; basti pensare al celeberrimo romanzo di Henry James “The turn of the screw” (Il giro di vite), storia ambigua quant’altre mai di una bambinaia alle prese con due bambini posseduti dallo spirito di un defunto malvagio; o forse, secondo i punti di vista, storia di una bambinaia sull’orlo della follia che proietta le sue inquietanti ombre mentali su due innocenti fanciulli.

Pochi, invece, conoscono un romanzo giovanile del grande storico delle religioni Mircea Eliade, “Signorina Christina”, ispirato direttamente dal folclore romeno, che narra la storia di una giovane donna morta da più di vent’anni e divenuta un vampiro. È uno scontro all’ultimo sangue tra le forze della vita e quelle della morte, in cui la posta in gioco è la salvezza dell’anima dei protagonisti, in particolare del giovane protagonista maschile che deve affrontare, tra le pieghe di una apparente quotidianità, gli aspetti più oscuri e minacciosi della femminilità.

Un posto a parte occupa, nel romanzo, il personaggio di Simina, una ragazzina che è posseduta da forze malefiche e che mette a durissima prova le capacità di resistenza di Egor, l’eroe designato della situazione. Particolarmente conturbante è la scena in cui Simina, esercitando una vera e propria forma di ipnosi che piega ed umilia le capacità di resistenza della mente di Egor, obbliga questi a inginocchiarlesi ai piedi e a baciarle i piedi. Simina è la sorella minore di Sanda, la fidanzata di Egor; ma fra i due futuri cognati si instaura fin da subito una atmosfera elettrica, inquietante, fatta di sguardi taglienti e di minacciose allusioni: Egor sa che Simina è una strega, ed ella ha compreso di essere stata ‘smascherata’; ma la partita è ancora tutta da giocare. Se non si trattasse di un duello fra l’eroe positivo che rappresenta i valori del bene e una antagonista – che incarna il male nella sua forma più sottile eppure più totale, il male diabolico – si direbbe che esista una torbida relazione inespressa fra i due personaggi. Il libro è stato pubblicato in francese nel 1978 col titolo “Mademoiselle Christina”, ma la stesura originale in romeno risale al 1935 (col titolo Domnisoara Christina), e certe implicazioni di natura sessuale non potevano essere esplicitate; tuttavia, il lettore le percepisce benissimo (un po’ come la sensualità involontaria della Gerusalemme liberata che voleva essere, nelle intenzioni di tasso, un poema rigorosamente morale).

Arthur Guirham, è uno psichiatra inglese, che dopo quarant’anni di pratica professionale, ha lavorato a Londra come consulente di un Centro psico-pedagogico. Egli ha scritto numerose pubblicazioni e vari libri riguardanti questi argomenti: “A theory of disease”; “The nature of healing”; “Christ and Freud”; “Cosmic factors in disease”; “Silent union”; “Man: divine or social”; “The Gibbet and the Cross”; “The cathars and reincarnation”, che hanno ottenuto un vasto successo di pubblico e di critica, non solo in Gran Bretagna, ma anche all’estero. In Italia è stato tradotto “Obsession”, del 1972, dalla Casa editrice Tattilo di Roma, nel 1974 (traduzione di Aldo Durante).

Guirdham è uno psichiatra decisamente eterodosso, perché sostiene che il diavolo e le forze del male possono essere veramente all’origine delle nevrosi; non solo: sostiene che i bambini possiedono il discutibile privilegio di vedere quelle forze in azione, e che possono restarne traumatizzati per tutta la vita. In genere, essi non osano raccontare tali esperienze agli adulti, anche perché sanno che non verrebbero creduti, e così se le portano dentro per sempre, senza poterle condividere con nessuno.

Egli stesso sostiene di aver avuto una esperienza di quel tipo quando era un bambino, e di esserne rimasto segnato; ma afferma che questo gli ha permesso, poi, nella sua carriera, di capire il dramma di tanti bambini afflitti da gravissimi disturbi del comportamento, che altrimenti rimangono inspiegabili anche all’esame più meticoloso.

Le visioni diaboliche appaiono ai bambini di notte, perché la notte è il momento in cui le forze del Male si manifestano agli umani; e da ciò ha origine il caratteristico disturbo del pavor nocturnus, che la psichiatria moderna tende a minimizzare, riducendolo – nei termini di una interpretazione strettamente razionalistica – a fantasie, incubi, visione di film o ascolto di fiabe che turbano l’immaginazione del bambino. Ma nessuno è disposto a prenderlo un po’ più sul serio, cioè come spia di una esperienza reale e non semplicemente onirica o fantastica.

Ecco alcune descrizioni di Arthur Guirham:

“Non so a che età precisa io stesso abbia avuto la mia esperienza satanica. Non credo di aver avuto più di sei o sette anni. Me ne stavo sdraiato a letto, quando mi sentii come attirato e terrorizzato da una ‘presenza’ in un’altra stanza. Mi alzai dal letto, calamitato da quell’orrore invisibile, e aprii la porta della mia camera. Quello che vidi, è indimenticabile.Dapprima, notai la sua faccia. Era più piccola di un viso umano, ma le proporzioni erano le stesse. Era ricoperta da un pelame blu-grigio fittamente intessuto. Da esso sprigionava una luce blu. Il colore, l’aura, l’aggrovigliata impellicciatura non erano nulla in confronto della malvagità del suo sorriso. Quel sorriso non solo era diabolico, ma accattivante. Il suo corpo era come quello di un uomo, solo più sottile e di altezza più modesta. Questo corpo era, poi, inclinato leggermente in avanti in posizione invitante. Esso era coperto da capo a piedi dallo stesso pelame blu-grigio e irradiava dappertutto come una fluorescenza bluastra. Le gambe erano differenti. ‘Egli’ non aveva piedi umani. Le gambe si assottigliavano verso il basso fino a terminare in una specie di sottili moncherini”.

“Ma io ero talmente ipnotizzato dal suo volto e dal suo maligno sorriso che non badai molto ai suoi piedi. Ora so che erano unghiati. Non so come riuscii a tornarmene a letto. Non sono sicuro se fu la stessa notte che cominciò la mia ossessione, ma certamente dovette essere subito dopo. Mi inginocchiai a recitare le mie preghiere. Ma, dopo essermi rimesso a letto, mi rialzai immediatamente. Mi inginocchiai, pregai e ritornai a letto. Feci questo innumerevoli volte. Continuai finché giacqui a letto completamente esausto e incapace di fare ulteriori sforzi per alzarmi”.

“Questo è un tipico cerimoniale ossessivo e non c’è da meravigliarsi circa la sua natura e la sua finalità. Quel che è importante sapere, è che sopraggiunse molto presto, subito dopo, cioè, l’esperienza precipitante. Io ho avuto la sensazione di essere in presenza di un ‘Grande Male’. Gli sono andato incontro, l’ho sentito, ed esso ha provocato su di me un’impressione indelebile. Ho reagito al male non con la colpa, ma con il panico nudo e crudo. (…)”

Trent’anni dopo, al consultorio clinico per l’infanzia, potei riscontrare in che misura altri bambini avevano terrori notturni. Ci son voluti cinquant’anni per scoprirne il significato. Un terrore notturno (pavor nocturnus) viene definito come un’illusione che compare quando il bambino è sul punto di addormentarsi. Esso è completamente diverso da un incubo. Se viene usata la parola ‘illusione’, invece di ‘allucinazione’, è perché in molti casi l’esperienza si basa su qualcosa di concreto. Il bambino può scambiare i motivi disegnati sulle carte da parati o sulle imposte per facce orribili e terrorizzanti. Ma questa descrizione dell’illusione è ingannevole e, per certi aspetti, un po’ vigliacca. Spesso un terrore notturno non è basato su qualcosa presente nell’ambiente. Completamente a torto, evitiamo la parola ‘allucinazione’, perché suggerisce la psicosi, cioè un disturbo mentale conclamato. Sarebbe meglio per noi, e più illuminante, se accettassimo il fatto che un bambino normale può essere allucinato di notte. Così facendo, potremmo saperne di più sulle cause delle malattie mentali degli adulti”.

Questa possibilità è gettata via, sin dall’inizio, da false idee riguardo a ciò che costituisce un’allucinazione. Quest’ultima viene definita: una falsa percezione. Ciò implica che il paziente percepisce ciò che di fatto non esiste. Tale definizione è priva di senso. Un paziente, come ognuno di noi, vede ciò che vede. Quel che cercano di dire gli psicologi accademici, che costruiscono queste definizioni, è che il paziente delirante (allucinato) vede qualcosa che la maggioranza non vede. Ma ciò implica che chiunque abbia visto uno spirito o un’apparizione è inevitabilmente allucinato, e che molte opere d’arte sono fondamentalmente allucinatorie. Una sedia vista da Van Gogh è talmente differente da come la vedo io, che potrebbe essere benissimo un oggetto diverso, nel senso che il grande artista vede quello che gli altri non vedono, e perciò la sua visione può essere considerata allucinatoria, in quanto non è fondata sulle effettive qualità materiali del momento. Ma l’uso del termine ‘allucinatorio’, in tal senso, sembra poco intelligente e pericoloso”.

Ciò che il bambino vede nel suo terrore notturno è reale per lui. E, molto spesso, è reale nel senso più stretto della parola. Ciò che egli sta vedendo è la simbolizzazione visiva del Male, in forme che sono pervenute a noi attraverso eoni di tempo e che sono indipendenti dalla cosiddetta capacità immaginativa del bambino. Le facce che vede sono invariabilmente cattive. Sono di satiro e di diavolo. Ed è notevole come bambini poco dotati dal punto di vista del disegno, siano capaci di esprimere i loro terrori notturni. Facce orrende e sogghignanti sono ricordate da bambini per i quali una simile fraseologia rappresenta il culmine della capacità descrittiva. È come se essi avessero percepito per la prima volta una realtà vivida e descrivibile”.

Queste facce sogghignanti e satiresche come gargouilles, sono la forma più comune di terrore notturno. Ci sino anche profili con abbozzi di testa ma senza connotati, semplici scheletri, figure spettrali ed animali biologicamente spenti a causa della loro distorsione simbolica. Comunque sia la loro forma, la caratteristica fondamentale del terrore notturno, è la minaccia che manifesta la sua ‘orrorosità’ e l’imminenza del Male che suggerisce“.

Questi terrori notturni si annoverano tra i primi contatti che ha il bambino sul piano psichico (parapsicologico). Sicuramente si tratta di fenomeni più medianici che psicologici. Il bambino li percepisce perché è più ricettivo dell’adulto a esperienze occulte. Ciò è dovuto al fatto che nei primi anni di vita la ‘psiche’ e la personalità sono meno strettamente legate l’una con l’altra, che in età più tarda. La psiche è allora più libera di agire, dato che non è ancora resa insensibile dallo sviluppo rigido della corazza della personalità. Queste allucinazioni sopraggiungono, poi, di notte, perché sul punto di cadere nel sonno, il contatto tra psiche e personalità è ulteriormente allentato. Se il bambino è sonnambulo, l’influenza direttiva della psiche è ancora più forte. (…)”

“Perché, ci si chiede, il terrore notturno è tanto importante nell’origine dello stato ossessivo? Poiché la reazione difensiva del bambino è immediata e ritualistica. In quella sindrome morbosa già nota come ‘corea’, il paziente soffre di contrazioni spastiche, improvvise, quasi elettriche. Queste colpiscono soprattutto la faccia ed il collo, ma anche le spalle vengono spesso interessate. Il corpo intero può essere preso in causa da questi movimenti, attualmente meglio conosciuti come ‘tic ossessivi’ che come ‘corea’. Comunque, anche se può essere interessato tutto il corpo, è molto più frequente che la faccia, il collo, le spalle e le braccia siano la sede del processo morboso. Si ha spesso l’impressione che il bambino si voglia divincolare con la parte superiore del corpo da una minaccia che lui vede, ma che per noi è invisibile. Egli ha percepito questa minaccia nei suoi terrori notturni”.

“Quando, quella notte, io lasciai il letto per pregare Dio, stavo manifestando una reazione ossessiva immediata, coatta, ma in parte volontaria, alla presenza del maligno.” (Arthur Guirdham, op. cit., pp. 16-25).

Quel che dice Guirdham concorda, anche nell’esempio del quadro di Van Gogh, con quanto molti di noi intuitivamente pensano del rapporto esistente fra l’artista e il bambino. Senza scomodare una certa retorica presente ne “Il fanciullino” di Pascoli, molti di noi ‘avvertono’ che esiste un legame misterioso, ma certissimo, fra la capacità di ‘vedere’ del fanciullo e quella dell’artista o del poeta: più esattamente, di vedere l’altrove. E non è da escludersi che la frase di Gesù relativa ai fanciulli, e alla necessità che gli adulti tornino fanciulli per poter entrare nel Regno dei cieli, abbia a che fare con questa fondamentale intuizione.

Per fare un altro esempio, noi sappiamo bene cosa pensa la psicologia dell’età evolutiva circa i ‘compagni di giochi immaginari’ che riempiono la solitudine di certi bambini, specialmente figli unici o costretti a vivere in ambienti un po’ isolati. Si tratta, ovviamente – dice la scienza accademica – di creazioni della fantasia aventi funzioni compensatorie, la cui funzione è colmare il vuoto affettivo e movimentare le giornate noiose di individui particolarmente introversi e insicuri. Ma è proprio scontato che la spiegazione sia sempre questa? Siamo sicuri che ciò che gli adulti non vedono, sia solo fantasia o addirittura menzogna deliberata da parte dei bambini?

Forse, dopotutto, vi è un’altra spiegazione, che potremmo prendere seriamente in considerazione, come ipotesi di lavoro, se non altro perché essa presenta il vantaggio di essere più semplice e di implicare un minor numero di contraddizioni, e cioè che i bambini conservano, fino a una certa età (approssimativamente, fino a quando iniziano il loro percorso scolastico), la facoltà di una “seconda vista”, che forse in tempi passati era caratteristica di tutti gli esseri umani, in ogni età della loro vita.

Forse, questa seconda vista consente loro – non a tutti, e solo in particolarissime circostanze – di gettare uno sguardo fugace al di là del muro. Se così fosse, potremmo servirci di questa loro facoltà per comprendere meglio tanti altri fatti, apparentemente inspiegabili, della realtà sensibile, e per assumere un atteggiamento più umile e meno dogmatico nei confronti della mole enorme di cose che non sappiamo, o meglio che non siamo in grado di spiegare con il solo logos strumentale e calcolante.

Articolo di Francesco Lamendola: laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l’Ateneo di Treviso, l’Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società “Dante Alighieri”; l’”Alliance Française”; L’Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione “Luigi Stefanini”. È il presidente della Libera Associazione Musicale “W.A. Mozart” di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l’opera di J. S. Bach.

Fonte: http://www.ariannaeditrice.it/

via Fisica Quantistica

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