Scienza

La morte psicogenica: quando qualcuno si arrende, può morire in 3 settimane

Secondo una nuova ricerca, una persona può morire semplicemente perché si è arresa, la vita le è stata avversa e sente che la sconfitta è inevitabile. Accade in 3 settimane, ma si può tornare indietro

Non è un suicidio, non dipende dalla depressione, ma è solo l’atto di rinuncia alla vita e di morire di solito in pochi giorni, una condizione molto reale spesso legata a un grave trauma. Eccola la morte psicogenica, che arriva in quel terribile momento in cui si decide che non si ha più nulla per cui vivere e lottare e ci si lascia morire. Ma come e quando può accadere?

A descriverla è John Leach, docente di psicologia all’Università di Portsmouth, negli Stati Uniti, che chiarisce che si tratta di una morte che arriva non perché si è malati, ma perché semplicemente si molla la presa. Di solito segue un trauma da cui una persona pensa che non ci sia una via di fuga, facendo pensare alla morte come l’unico risultato razionale.

C’è la possibilità di “ricredersi” ma, nel peggiore dei casi, la morte di solito si verifica tre settimane dopo la prima fase.

Lo studio, pubblicato su Science Direct, descrive la morte psicogenica come una condizione in cui le persone sviluppano un’apatia totalizzante e una non voglia di vivere, nonostante non ci siano effettivamente delle cause organiche.

Se già molte ricerche avevano determinato relazioni tra il pessimismo o la poca voglia di vivere e l’incidenza di alcune patologie, la morte psicogenica sembra essere qualcosa che va oltre: è una sorta di deterioramento psicologico progressivo che porta però a un risultato definitivo sul nostro corpo.

A differenza della sindrome del cuore spezzato, che si manifesta con sintomi che possono simulare una malattia coronarica acuta, la morte psicogenica non viene preceduta da questi segnali. Anzi, interviene quando, dopo aver subito uno shock, si decide nel proprio intimo che andare avanti non ha più senso.

La causa? Potrebbe essere il deterioramento dovuto al malfunzionamento che si verifica nella corteccia cingolata anteriore, la parte del cervello responsabile delle motivazioni e che è alla base del comportamento che permette il raggiungimento degli obbiettivi.

I 5 stadi prima della morte psicogenica

Gli scienziati credono che la morte psicogenica sopraggiunga una volta che si sono superati cinque stadi:

Isolamento sociale

Può capitare che un brutto episodio spinga una persona a chiudersi in se stessa e diventare indifferente alle emozioni.

Apatia

Una tipica “malinconia demoralizzante” molto diffusa, per esempio, tra i prigionieri di guerra e in chi è sopravvissuto ad affondamenti in nave o aerei caduti. Chi ne risente non è più interessato a una vita dignitosa, non si cura pià, non si lava e non tiene più pulita la propria casa.

Abulia

Si tratta della totale mancanza di motivazioni, della capacità di prendere decisione e di una graduale riduzione delle risposte emotive. Ci si trova in difficoltà anche a svolgere le piccole azioni quotidiane, anche mangiare e prendersi cura di se stessi. Ma è uno stadio in cui ancora si può essere motivati da altri, anche se a volte con metodi forti.

Acinesia psichica

Un ulteriore calo di motivazione. La persona è cosciente ma in uno stato di profonda apatia e inconsapevole o insensibile fino al dolore estremo e continua a mentire nei propri rifiuti.

Una mancanza di risposta al dolore è descritta in un caso di studio in cui una giovane donna, in seguito diagnosticata con acinesia psichica, ha sofferto ustioni di secondo grado mentre era in spiaggia, perché non si era tolta dal calore del sole. Di solito questa fase dura 3-4 giorni e poi porta al quinto (e ultimo) livello.

Morte psicogenica

Il dottor Leach descrive questa fase finale come la disintegrazione di una persona.

“Quando qualcuno poi si arrende, nulla, nessun avvertimento, nessun battito, nessuna supplica può farli desiderare di vivere”.Appare brevemente come se la fase della” mente vuota “fosse passata ed è stata sostituita da quello che potrebbe essere descritto come comportamento diretto agli obiettivi, ma il paradosso è che, mentre spesso si verifica un guizzo di comportamento diretto all’obiettivo, sembra che l’obiettivo stesso abbia abbandonato la vita “.

Corrisponde quindi al momento in cui la voglia di vivere è completamente andata e porta alla disintegrazione.

Drammatico a dir poco, ma per fortuna non si tratta di un processo irreversibile. Se chi soffre non viene lasciato solo e, con l’aiuto di qualcuno, si rende conto della sua situazione e riprende in mano il controllo della sua vita, ha in mano tutti gli strumenti per riprendersi.

Germana Carillo

via GreenMe

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