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La vita a contatto con la natura è libera dai condizionamenti mentali della società moderna

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Vivere nella natura significa ritornare al nostro stato naturale e originario governato dagli armoniosi cicli dell’universo, senza stress, inquinamento luminoso, elettromagnetico, ambientale e alimentazione sana. Non significa negare la modernità, anzi è proprio grazie alla modernità che oggi possiamo apprezzare quanto si sta bene nella pace di madre terra.

E’ come la parabola del figliol prodigo che ritorna a casa dove aver fatto la sua collezione di esperienze che lo hanno fatto maturare e lo hanno messo nella condizione di apprezzare il vero valore della vita. Così oggi è urgente per noi e per il nostro pianeta tornare ad una vita più sana e sostenibile.

Di seguito ci sono alcuni estratti sulla vita delle tribù che vivono a contatto con la natura che possono essere molto ispiratrici. Buona lettura

“Se fate notare che gli alveari funzionano bene per le api, o che i branchi funzionano bene per i babbuini e per i lupi, nessuno ci trova nulla da ridire. Ma se fate notare che la vita tribale funziona bene per gli umani, non sorprendetevi di venire attaccati con ferocia quasi isterica. Gli attaccanti non criticheranno mai ciò che avete detto, ma piuttosto cose che hanno immaginato che abbiate detto, per esempio che la vita tribale è “perfetta”, o “idilliaca”, o “nobile”, o semplicemente “meravigliosa”. Non importa che voi non abbiate detto nessuna di queste cose, si indigneranno come se lo aveste fatto.

La vita tribale in realtà non è perfetta, idilliaca, nobile o meravigliosa, ma ovunque sia trovata intatta funziona bene – bene quanto i modi di vivere di lucertole, procioni, oche o scarabei – con il risultato che i membri della tribù non sono generalmente furiosi, ribelli, disperati, stressati e quasi psicopatici, dilaniati da crimine, odio e violenza. (…)

La vita tribale non trasforma le persone in santi; permette a individui ordinari di vivere insieme con uno stress minimo anno dopo anno, generazione dopo generazione.” 

– Daniel Quinn, Beyond Civilization

“I Pirahà ridono quasi di tutto. Ridono delle loro stesse disgrazie: quando la capanna di qualcuno crolla durante una tempesta, gli occupanti ridono più forte di tutti. Ridono quando prendono un sacco di pesci. Ridono quando non ne prendono nessuno. Ridono quando sono sazi e ridono quando hanno fame. (…)

Non sono mai esigenti o bruschi. Fin dalla mia prima sera tra loro sono stato impressionato dalla loro pazienza, dalla loro allegria e dalla loro gentilezza. Questa loro allegria pervasiva è difficile da spiegare, anche se io credo che i Pirahà siano così fiduciosi e sicuri della loro abilità a gestire tutto quello che il loro ambiente gli pone di fronte che riescono a godersi tutto quello che gli capita. E non certo perché la loro vita sia facile, ma perché si sentono sempre all’altezza di ogni situazione (…)

Così possono permettersi di vivere alla giornata, eliminando enormi fonti di ansia, preoccupazione e disperazione che assillano noi occidentali. Non hanno alcun desiderio di Verità o trascendenza. Questo concetto non esiste tra i loro valori. La verità per loro è prendere un pesce, ridere con i loro figli, amare un fratello, morire di malaria. Questo li rende più primitivi? (…)

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C’è un’interessante modo alternativo di vedere queste cose. Forse è la presenza di queste preoccupazioni a rendere una cultura più primitiva, e la loro assenza che rende una cultura più sofisticata (…)

E’ più sofisticato guardare all’universo con preoccupazione, come un rompicapo da risolvere prima che ci uccida, o godersi la vita come viene, in totale sintonia?”

– Daniel Everett, Don’t Sleep, There are Snakes

“Le loro vite erano piene di asprezze fisiche, eppure la mia impressione complessiva era di una grande auto-indulgenza. Erano capaci di grandi imprese di resistenza e fatica fisica – ma solo se strettamente necessarie. Altrimenti i loro passatempi favoriti erano dormire, chiacchierare e fare musica. E amavano ridere. Tutti quelli che hanno incontrato i Pigmei hanno notato il loro senso dell’umorismo. C’era un evidente carattere anarchico nella loro società; quando cooperavano lo facevano per scelta. Chiunque non aveva voglia di andare a caccia, ad esempio, se ne stava a casa. La loro tolleranza per il comportamento individuale andava contro tutto quello che credevo fossero le basi di una comunità organizzata. Non c’era bisogno dell’ambizione; in realtà l’ambizione era usata solo come mezzo per provocare il riso. La loro unica forma di pressione sociale, se si può chiamare così, era la derisione, che era estremamente efficace. Uomini e donne avevano ruoli distinti, ma la società era essenzialmente egualitaria. Semmai, il potere volgeva leggermente a favore delle donne. (…)  

E quanto alla raccolta, era puro piacere. Le donne andavano a zonzo per la foresta come in un enorme supermercato – solo che tutto era gratis. E ogni giornata di caccia era piena di piccole avventure, eccitazione, momenti di idillica contemplazione o di risate. Non ce n’erano mai due uguali. (…)

Mi resi conto che quello che mi sarebbe mancato di più era la compagnia dei Bayaka. Nei mesi passati ad Amopolo ero arrivato a considerarli il popolo più equilibrato del mondo. La loro imperterrita concentrazione a godersi ogni momento così come viene, senza preoccuparsi delle conseguenze, li rendeva liberi da ogni nevrosi. Per me erano un esempio di come il pieno potenziale dell’individuo possa realizzarsi senza i complessi vincoli imposti dalla civiltà moderna. All’inizio avevo trovato molte delle loro preoccupazioni meschine e banali. Ora, al contrario, erano le astruse macchinazioni del mondo a cui stavo per tornare a sembrarmi superficiali e insensate.” 

– Louis Sarno, Song from the Forest

La vita a contatto con la natura è libera dai condizionamenti mentali della società moderna

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