Le cose non dette fanno male: restano nella mente e nel corpo, e quasi sempre si prendono spazio, fanno tutto il possibile per farsi sentire.

Per riuscirci diventano disturbi, malattie: in pratica assumono forme, diverse a seconda della persona e della “sostanza” dei contenuti di cui sono portatrici (lo stesso vale per i vissuti inconsci, cioè non così chiari e consapevoli alla coscienza).

Ad esempio, la tosse grassa – in via simbolica – ci racconta che vogliamo allontanare da noi qualcosa di sporco, indesiderato, fastidioso, soffocante, sgradevole, intrusivo. Se diventa cronica, può evidenziare i nostri sentimenti di rabbia e aggressività nei confronti di una certa situazione. Il mal di stomaco esprime senza dubbi la difficoltà a “digerire” le situazioni che stiamo vivendo e la rabbia. Il mal di schiena spesso ci avverte di un fardello troppo pesante per noi; la cistite può essere causata dalla percezione di un’invasione di territorio a cui non vogliamo o possiamo ribellarci. Il mal di testa ci mostra un affollamento di pensieri disturbanti che razionalmente cerchiamo di non dire e tenere sotto controllo.

E il nodo alla gola? Lì si può trovare la tristezza o il dolore non espresso che preme per diventare verbo. Probabilmente tutti, per esperienza personale, sappiamo anche che – se si ha la possibilità di “raccontarlo” – quel “nodo” poi si scioglie, si trasforma. Non è un caso. Certo, si potrebbe scaricare quella “tensione emotiva” solo fisicamente (ad esempio facendo sport, una passeggiata o tirando pugni ad un cuscino) ma se si riesce, poi, a passare pure attraverso il linguaggio, l’effetto di benessere complessivo può risultare senza dubbio maggiore.

Il motivo si può comprendere facilmente: la parola ha in sé un aspetto creatore; dà forma, rende esplicito l’implicito: consente di manifestare e riconoscere (non a caso la scienza afferma che l’universo sia nato con un Big-Bang; i testi sacri raccontano che in principio era il Logos, il Dio attivo nella Creazione: in entrambi i casi siamo nella parola, nel suono).

Dire le cose – solo a noi stessi o anche “agli altri” – però non basta, per due ragioni.

La prima: come le parole altrui possono toglierci molta energia fisica e mentale (specialmente quando arrivano come uragani inaspettati e impattano su tutto il nostro sistema emotivo ed energetico: ci serve del tempo, più o meno lungo, per “riorganizzarci” anche nel pensiero) o farci male persino fisicamente (le percepiamo come “pugni allo stomaco”, ci stimolano un “attacco di bile”, ci lasciano “senza fiato”) anche i termini che usiamo avranno un effetto, produrranno delle conseguenze “in noi e attorno a noi”.

Per questo qualunque siano i sentimenti, i pensieri e le cose da “dire”, dovremmo mettere attenzione nella scelta delle nostre parole, al modo di metterle insieme, al tono con cui le esprimiamo, evitando la possibile e reattiva intenzione di ferire gli altri.

Il secondo motivo è legato ad un “sano egoismo”: cercando di restare solo nella volontà di raccontarsi in modo costruttivo, la scelta dei contenuti e delle espressioni che utilizziamo (anche se il contesto è spiacevole, difficile, doloroso) aiuta a far chiarezza e portare in noi un nuovo punto di equilibrio e armonia. Di guarigione. Che si rifletterà inevitabilmente nel modo di percepire la situazione, la relazione, le persone.

E così, tra il dire e il fare, ci si avvicina anche maggiormente all’obiettivo del nostro Sè più autentico, quello spirituale, che non ci vuole solo in salute ma punta a farci crescere nella consapevolezza e nell’amore. A tutto tondo insomma.

Anna Maria Cebrelli – GreenMe