Psicologia

Terapia junghiana: ritrovare l’equilibrio emotivo dall’inconscio

La terapia junghiana – o analisi di Jung – mira a illuminare le aree oscure della nostra psiche per favorire l’autorrealizzazione. Grazie a una relazione stretta e dialettica tra l’analista e il paziente, si riescono a unire le parti coscienti e quelle inconsce, dando forma a un io più genuino e a un autentico equilibrio emotivo.

La figura di Carl Jung e il suo lascito sono vere fonti di ispirazione che appassionano e ispirano. Il padre della psicologia analitica era molto più di quello psichiatra e analista svizzero che portò a un altro livello molti dei concetti ereditati da Sigmund Freud. Jung fu un alchimista della scienza, dell’antropologia, dell’astrologia, dell’arte, della religione e del mondo dei sogni.

Anziché considerare ciascuna di queste aree della conoscenza in maniera isolata, le mise tutte al servizio della psicologia per trovarvi un significato più profondo, unitario e dinamico. Così facendo, la spiegazione dell’incosciente migliorò così come quella dell’immenso universo, a volte convulso, dove giacciono i nostri conflitti, i nostri bisogni, le nostre pulsioni e tutte le variabili che ci consentono di godere di una buona salute mentale.

Tuttavia, è bene sottolineare che i terapeuti junghiani non sono molti. Questa terapia non è comune come molte altre più specifiche e con un maggior riscontro empirico documentato, come quella cognitivo-comportamentale o umanista. In questo senso, l’opera di Jung e la terapia junghiana sono state definite alquanto asistematiche e complesse, nonostante l’originalità del loro contributo.

“Lo psicoterapeuta deve vedere ciascun paziente e ciascun caso come inedito, unico, meravigioso ed eccezionale. Solo così si avvicinerà ancor di più alla verità.”-Carl Jung-

La psicologia junghiana viene insegnata presso diverse università, come quella di Berkeley, fin dagli anni ’70. Nell’ultimo decennio, inoltre, è tornata in voga, soprattutto nel Sud America e in alcuni paesi europei. In Spagna, per esempio, esiste la “Società spagnola di Psicologia Analitica”, il cui compito è quello di diffondere il lascito di Jung e formare i futuri psicoterapeuti junghiani.

Ci troviamo, pertanto, davanti a una terapia che sta iniziando a imporsi con più forza nel campo della cura psicologica, e che vale senz’altro la pena di approfondire.

Qual è il fine della terapia junghiana?

La terapia junghiana è una psicoterapia specializzata il cui obiettivo è quello di facilitare l’integrità psichica della persona trovando un accordo con il suo inconscio. Un aspetto da tenere subito a mente è che un simile approccio lascia intendere come ciascuno di noi disponga di un “substrato psicologico” fatto da una serie di dinamiche inconsce, talvolta molto complesse, che influiscono sui nostri atteggiamenti, sul nostro modo di pensare e di relazionarci.

L’obiettivo del terapista junghiano è portarci a prendere coscienza di tali fattori incoscienti per favorire una riconciliazione con il nostro inconscio. Così facendo, si favorisce quello che Jung denominò come processo di individuazione. In altre parole, attraverso questa psicoanalisi troveremo un’armonia tra necessità e successi, tra passato e presente,raggiungendo una genuina maturità in cui il nostro io è definito in modo autentico e in libertà, e può così continuare a crescere.

In che momento e in quali situazioni può tornare utile la terapia junghiana?

La terapia di Jung può aiutarci a comprendere e ad affrontare processi complessi come la depressione, l’ansia o persino eventuali dipendenze.

Questo approccio psicoterapeutico si basa su un processo grazie al quale il paziente dovrà passare, con l’aiuto del suo terapista, attraverso tre fasi: l’auto-coscienza, la trasformazione e l’attualizzazione. Così facendo, porterà in luce quello che giace nel substrato più oscuro e inaccessibile della propria psiche per trasformarlo e procedere al cambiamento.

Una terapia di questo tipo potrà essere utile nei seguenti momenti della nostra vita:

  • Fasi duranti le quali veniamo assaliti da sconforto, apatia, sensazione di incertezza.
  • Momenti in cui ci sentiamo arrabbiati, frustrati per qualcosa senza saperne bene la ragione.
  • Tappe della vita che riguardano problemi legati alla nostra relazione affettiva.
  • All’inizio di una nuova fase della nostra vita durante la quale temiamo di ripetere gli stessi errori del passato.
  • Quando ci sentiamo “persi”, senza sapere quale direzione seguire o che decisioni prendere.
  • Quando percepiamo che ci siamo “bloccati” in una serie di comportamenti che ci rendono nfelici.
  • La terapia junghiana è utile per artisti o professionisti che basano il loro lavoro sulla creatività e che sentono di non avere più idee.
  • Persone che hanno bisogno di comprendere il significato di determinati sogni.

Obiettivi terapeutici dell’analisi junghiana

La terapia junghiana è una particolare forma di psicoterapia che cerca di indurre il paziente a una “riconciliazione” personale con il proprio inconscio. Cosa implica questo? In poche parole, significa che la strategia terapeutica aspira a trasformarci in esploratori della nostra psiche congiuntamente a un professionista esperto del campo, al fine di comprendere perché certe dinamiche e “presenze” incoscienti determinino il nostro comportamento.

Per riuscirci, la terapia junghiana ha come obiettivo analizzare alcune dimensioni. Vediamole insieme.

1. Lavorare sul nostro “materiale” incosciente

Se per la psicoanalisi freudiana l’inconscio non è altro che un pozzo in cui sono contenute gran parte delle nostre pulsioni sessuali represse, Carl Jung si allontana da queste spiegazioni deterministe per fare luce sulla vastissima architettura di contenutisimboli, archetipi e significati sepolti nella profondità della nostra mente.

Per riuscire a portare a galla tutto questo materiale inconscio, la terapia junghiana si avvale di due tappe ben definite.

  • Comprendere la nostra architettura incosciente. Attraverso precise strategie, come possono essere l’analisi dei sogni, l’arte, il dialogo o l’immaginazione, il terapista dovrebbe identificare e comprendere ogni simbolo e archetipo presente nel nostro inconscio. Tuttavia, il paziente dovrà prendere parte attiva nel procedimento, proprio perché buona parte di quei simboli possono avere per lui un significato preciso. Sono come forze energetiche che nascondono un problema.
  • Comprendere il modo in cui il nostro materiale inconsciente influisce sulla nostra vita cosciente. Il secondo obiettivo terapeutico sarà appunto comprendere come altera la nostra capacità di sentirci bene e realizzati tutto quello che risiede dentro di noi in modo incosciente.

2. Interpretazione dei sogni

Per gli junghiani, il mondo onirico ha una relazione diretta con l’ego, è come un teatro dove possono accendersi i riflettori su aspetti importanti per la propria autorealizzazione, i propri bisogni, le proprie paure, i propri limiti.

Se Freud ci diceva, dunque, che i sogni non sono altro che un campo in cui manifestare certi desideri repressi, gli junghiani ritengono che agiscano a volte come voci critiche, come cammini che si aprono innanzi a noi offrendoci nuove alternative da adottare nel nostro mondo cosciente per migliorare la nostra vita.

Anziché vedere il mondo cosciente e quello inconscio come entità separate – come i freudiani –, la terapia junghiana le vede come un tutto. Soltanto quando integreremo le due parti della nostra psiche in un tutto, ci sentiremo liberi.

3. Identificare i nostri complessi

Avere dei complessi è normale, tutti li abbiamo. Attenzione, però, l’importante è che non siano i complessi “ad avere” noi. È in quei casi che la vita perde di spontaneità, opportunità, potenziale di sviluppo e crescita…

Jung spiegò che i complessi hanno un legame con gli archetipi ereditati e con le nostre esperienze personali. In questo modo, secondo il focus della psicologia analitica, è possibile differenziare i seguenti tipi:

  • Complesso di Creso: bisogno di denaro e potere per sentirsi superiori.
  • Complesso di Caino: legato alla gelosia.
  • Complesso di Achille: bisogno di nascondere la propria fragilità.
  • Complesso di Brunilde: vedere il proprio partner come un eroe.
  • Complesso di Erostrato: ricerca di costante attenzione.
  • Complesso di Antigone: bisogno di prendersi cura e proteggere.

4. Stile di personalità

Uno degli strumenti valutativi maggiormente usati nella terapia junghiana è senza dubbio l’indicatore Myers-Briggs messo a punto da Isabel Briggs Myers e Katharine Cook Briggs.Questa scala fu creata sulla base del libro di Jung “I tipi psicologici” e ha come obiettivo le seguenti dimensioni:

  • Comprendere a quale punto ci troviamo nel continuum tra introversione ed estroversione.
  • Sapere come processiamo le informazioni contenute nel mondo che ci circonda.
  • Sapere come prendiamo le nostre decisioni, se lo facciamo in base alle nostre emozioni, ai giudizi e via dicendo.
  • Scoprire quali sono le nostre preferenze, le nostre necessità emotive e preferenze lavorative.

Quali tecniche usa la terapia junghiana?

Esiste un dato interessante da considerare sulla psicologia analitica, ovvero che Jung si rifiutò sempre di sistematizzare le sue teorie e di definire con chiarezza la pratica clinica e la sua metodologia. Per questo, gli ereditari della terapia junghiana si videro costretti a ricorrere ai suoi articoli, libri e saggi, attraverso i quali riuscirono a tracciare un “alito” psicoterapeutico sul quale delineare una linea di consenso tuttora ritenuta valida.

Quello che abbiamo, dunque, è un insieme di tecniche sviluppate attraverso una relazione dialettica tra lo specialista e il paziente dove deve esistere vicinanza, fiducia e un buon livello di alleanza terapeutica. Inoltre, nei suoi scritti Jung lasciò bene a intendere il suo obiettivo:

“È essenziale che nella procedura dialettica il terapista rispetti in ogni momento la personalità del paziente. Egli dovrà essere trattato con dignità, lasciando che si spogli dei preconcetti e accompagnandolo lungo il cammino a volte complesso delle scoperte e degli sviluppi in cui si favorisce un cambiamento psicoterapeutico. Non deve restare traccia di alcun ‘allergene psichico’ del medico o del terapista nella mente del paziente nel suo processo di individuazione”.

Il rispetto per il paziente e il mantenimento della fiducia sono fondamentali per la terapia junghiana. Soltanto così si può creare una forte alleanza che permetterà di portare a termine le seguenti tecniche.

Terapia di conversazione

La terapia di Jung si basa innanzitutto sulla conversazione. Soltanto quando il paziente si sente sicuro e a suo agio è possibile ottenere il giusto grado di collaborazione per portare a termine tecniche più complesse come l’analisi dei sogni o altre strategie creative in cui entrambi, paziente e terapista, possano navigare e comprendere il mondo inconscio e procedere così alla trasformazione.

Analisi dei sogni

Forse pensate che per interpretare e comprendere un sogno basta comprare e leggere uno dei libri di Jung. Non è così. Un aspetto ben noto ai terapisti junghiani è che l’insieme di simboli e archetipi che si intrecciano sul tessuto onirico di un paziente è legato alla personalità e alle circostanze personali di quella persona.

Si tratta, dunque, di un processo delicato, meticoloso e talvolta profondo e rivelatore.

Associazioni di parole

Il metodo delle libere associazioni è una strategia abituale nella terapia junghiana. La metodologia è la seguente: si chiede al paziente di evocare la prima parola che gli viene in mente legata a qualcosa che ha detto il terapista. La rapidità o il ritardo della risposta potranno rivelare alcune resistenze o complessi inconsci.

Attività creative

Ciascun terapista junghiano si fiderà o riterrà più valido adottare un determinate attività creative rispetto ad altre, sempre basandosi sulla personalità del paziente. Tuttavia, alcune attività semplici come colorare mandala, disegnare, ballare o scrivere un diario dei sogni sono strategie favolose che permettono sempre di favorire l’espressione, l’immaginazione e la riflessione per far riaffiorare nel mondo cosciente aspetti della nostra architettura incosciente.

La terapia junghiana è efficace?

Arrivati a questo punto, è probabile che molti di voi si sentano affascinati da questo approccio psicoterapeutico. Ciò nonostante, è normale porsi la seguente domanda: si tratta di una terapia realmente efficace? Effettivamente, molti di noi sono abituati ad ascoltare elogi nei confronti della psicoterapia cognitivo-comportamentale per la cura di vari disturbi.

La risposta alla domanda formulata è “sì”, la terapia junghiana è utile ai seguenti scopi: attenuare l’angoscia psicologica, ottenere maggiore soddisfazione, migliorare l’impegno sul lavoro e le relazioni familiari e di coppia, favorire l’auto-conoscenza e superare le crisi esistenziali.

Questo è quanto sostenuto da uno studio pubblicato nel 2013, nel quale si evince che il successo di questa psicoterapia può essere ottenuto dopo 90 sessioni. Se, dunque, ritenete davvero che si adatti alle vostre necessità, se pensate di potervi sentire a vostro agio lavorando con uno psicoterapeuta junghiano, non esitate a fare questo passo.

Sarà un viaggio pieno di scoperte che varrà la pena di intraprendere. 

via La Mente Meravigliosa

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