Molto tempo fa, all’inizio del secondo impero maya, viveva un giovane che si innamorò di una bellissima ragazza. Sfortunatamente, quello era un periodo della storia maya in cui molti coltivavano nel cuore grandi superstizioni, avevano idee religiose fanatiche e per questo credevano erroneamente che fosse necessario sacrificare altri esseri umani per ingraziarsi gli dei.

Al giovane, quella religione e quella superstizione non interessavano affatto, quindi preferiva stare lontano dai fanatici religiosi e passare il suo tempo libero con la sua amata. Il loro era vero amore.

Un giorno, tornando a casa, venne a sapere che lei era stata scelta per essere sacrificata agli dei e i preti erano venuti a prenderla per portarla via. Corse al tempio dove si svolgevano i sacrifici ma ormai era troppo tardi. Sull’altare, con il cuore già strappato, giaceva la sua ragazza.

Distrutto dal dolore, si accasciò a terra e pianse. La rabbia montò dentro di lui. Era disgustato dal mondo, ce l’aveva con Dio e con gli abitanti del villaggio. Si rese conto che tutti si erano persi nelle loro superstizioni e che a causa di quelle credenze fanatiche si stavano uccidendo gli uni con gli altri.

Allora lasciò il villaggio e andò a vivere da solo nella giungla. Poiché la sua rabbia e il suo dolore erano troppo forti, mangiava e dormiva raramente e iniziò a morire piano piano.

Quindi decise di por fine alla sua vita. Andò verso un fiume che scorreva impetuoso e si gettò dentro nuotando verso il fondale nella speranza di annegare. Mentre sprofondava ebbe una visione della sua ragazza. Colmo di gioia alla vista di lei, gridò:

“Mia adorata, ti ho trovata! Sono così affranto per quello che ti hanno fatto quei fanatici e per non essere stato lì in quel momento a proteggerti. Starò qui con te per sempre. Non ti lascerò mai più”.

Allora lo spirito della sua amata gli disse dolcemente:

“Se continui su questa strada non potrai stare con me e non mi rivedrai mai più. Sei pieno d’odio ma io sono piena d’amore. Per stare dove sto io adesso devi smettere di vivere nel dolore per il passato. Fino a quando serberai rancore, butterai via il tuo potere e non potrai stare dove sto io”.

Quegli ammonimenti della sua amata lo spaventarono. Si risvegliò e si ritrovò sulla riva del fiume ansimante. Avvertì la verità delle parole di lei e comprese che la gioia di vivere che sentiva una volta se ne era andata. Era stata sostituita dalla paura e dall’odio. Questa comprensione fu il momento della sua trasformazione. Si disse:

“La libertà è dentro di me”.

Alzò lo sguardo alla luna e seppe che la sua amata era lì a osservarlo e a guidarlo. Il suo cuore si aprì ancora una volta e iniziò a perdonare il fanatismo della gente. Ammirò la bellezza del fiume davanti a sé e lo vide come il simbolo dell’amore che fluisce.

Da quel momento divenne noto come l’uomo del fiume, il saggio della giungla.

Circa nello stesso periodo, a migliaia di chilometri di distanza al di là dell’oceano, in Spagna viveva un grande uomo integerrimo. Soldato di professione, era noto come il buon conquistador perché aveva dedicato la sua vita alla regina di Spagna e al servizio del suo paese. Era un uomo leale e devoto che agiva sempre con integrità e non abusava mai del suo potere.

Questa era la ragione per cui era amato da tutti, compresa la regina che lo onorò con la richiesta di andare nel Nuovo Mondo. Quando arrivò, vide subito che gli altri conquistadores erano divorati dalla cupidigia e che, nella spasmodica ricerca dell’oro, violentavano, torturavano e uccidevano i Maya, tra cui molti familiari e amici dell’uomo del fiume.

Il buon conquistador era inorridito da quel comportamento. Uomo pio, cercò di parlare con i suoi compagni per convincerli ad agire in modo degno ma non venne ascoltato. Alla fine disse:

“Questa non è la volontà di Dio, questo è un abuso di Dio, è la corruzione di Dio, e non vi parteciperò”.

Quindi depose la spada, si tolse l’armatura e fuggì nella giungla. Poco dopo venne catturato dai Maya, che lo tennero prigioniero e iniziarono a torturarlo e a punirlo per i peccati degli altri soldati.

L’uomo del fiume, che spesso andava al villaggio per prendersi cura della sua gente, si imbatté nel conquistador prigioniero. Anche se non parlavano la stessa lingua, l’uomo del fiume sentì la vibrazione di quell’uomo virtuoso e seppe che il suo cuore era puro. Allora liberò il buon conquistador e lo portò con sé nella giungla, gli diede da mangiare e, insieme, iniziarono a imparare la lingua dell’altro.

Il buon conquistador rimase stupito dalla gentilezza e dalla pace interiore dell’uomo del fiume. Dopo essere rimasti insieme il tempo sufficiente per potersi capire, gli chiese:

“Come hai imparato tutto questo? Sento Dio dentro di te”.

“Dio è in tutti”, rispose l’uomo del fiume, “ma a volte bisogna guardare in profondità per scorgerlo”.

Raccontò al conquistador la storia della sua amata, del suo sacrificio e di ciò che gli era accaduto al fiume. Il conquistador gli disse:

“Insegnami a essere come te”.

“Tutto inizia dalla comprensione”, gli spiegò l’uomo del fiume. “Se guardi i nostri popoli, sono uguali. Vogliono la felicità ma al suo posto creano la sofferenza. Io e te abbiamo trovato la pace. Abbiamo comunicato dal cuore. Quando ogni azione che facciamo viene dal cuore, smettiamo di soffrire”.

Tratta dal libro di Don Josè Ruiz “La saggezza degli sciamani”

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